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Dentro alla base dell'Aeronautica militare: un viaggio nel cuore dei suoi segreti, dal bunker allo spazio

Dalle missioni umanitarie al controllo dei velivoli sospetti, fino alla gestione dei satelliti: tutte le curiosità

Non chiamatela base Nato. Il comando operazioni aerospaziali di Poggio Renatico – semplificato in Coa - è orgoglio ferrarese e italiano. Poi, al suo interno, ospita anche funzioni di coordinamento e comando in ambito Nato, come detto, ma il rapporto delle donne e degli uomini davanti ai radar (circa 1.300, anche se il numero esatto è top secret) è di uno a quattro. A favore dei nostri connazionali, ovviamente.

Ma, a proposito di segretezza, il centro che controlla tutto ciò che vola sopra alle nostre teste – sia esso un semplice aereo da turismo, sia esso un satellite – ha molti angoli blindati. Ma non tutti. In occasione del centenario dell’Aeronautica Militare, il Coa (per gentile concessione del generale Claudio Gabellini) ha aperto le proprie porte alla stampa. E noi vi raccontiamo quello che succede all’interno, in un viaggio nel cuore della difesa area nazionale.

Brevissimi cenni storici

Di solito la storia un po’ annoia. In questo caso, invece, è curiosa. Il primo insediamento militare a Poggio Renatico risale addirittura al 1918, con una squadriglia della Marina. Poi, con l’avvento della seconda guerra mondiale, diventa sede di una base tedesca, quindi viene abbandonata. Torna a nuova vita negli anni 70, quando gli americani installano un primo radar. Ma il centro, per come lo vediamo oggi (e sta già cambiando, perché uno dei due ‘palloni’ sarà smontato e spostato), prende vita poderosamente nel 2004. Diventa a tutti gli effetti un comando a tre stelle, poi declassato a due stelle una decade più tardi. Ma nel 2020, Poggio fa un balzo in avanti notevole e buca l’atmosfera, divenendo il comando aerospaziale che conosciamo oggi.

Qualche numero

Premessa: quella di Poggio Renatico è l’area operativa. Per chi se lo stia domandando, la struttura vicina all’aeroporto di Ferrara (accanto al centro commerciale ‘Il Castello’, per intenderci) è, invece, una porzione prettamente logistica. Tornando al Coa, questa è la sede di sei diversi comandi nazionali e tre internazionali. Tanto che all’interno, tra le circa 1.300 persone che vi lavorano, convivono militari di 17 nazionalità diverse. In più, da Poggio dipendono anche altri 4 comandi esterni. Il che fa lievitare il numero di unità complessive a circa 2.300.

Il campo Jfac

Cosa si fa là dentro

Si ok, tutti belli i numeri. Ma in soldoni, a che serve questa struttura? In una frase, il comando si occupa di pianificare e condurre operazioni aerospaziali complesse. In più è un punto di riferimento dottrinale per la conoscenza e l’utilizzo del potere aerospaziale. Tradotto: lì si opera sul presente, ma si immagina anche il futuro. E non è tutto. Perché, ovviamente, da Poggio tale potere lo si mette poi anche a terra – pardon, in cielo – a difesa degli interessi nazionali.

Qualche esempio pratico. Oltre alle classiche esercitazioni, si coordinano anche operazioni di ricerca e soccorso (ad esempio, per escursionisti dispersi in montagna o per i barconi di migranti in arrivo sulle coste del Sud Italia). Poi, ci sono altre due componenti interessanti: quella del cosiddetto ‘trasporto’ e quella del ‘traffico aereo’. Oltre, naturalmente, alla sorveglianza sui grandi eventi (come può esser stato il G20 di Roma di due anni fa).

Dall’aereo sospetto ai profughi afghani

Operazione ‘Aquila Omnia’ vi dice qualcosa? Forse sì, forse no. Ferragosto 2021, ci sono migliaia di civili afghani da andare a salvare. L’Italia partecipa. Anzi Ferrara partecipa. Perché è dal Coa che il tutto viene coordinato. Alla fine saranno oltre 3.300 le vite strappate alla morte. Con tutte le difficoltà del caso, perché l’Iran non concede lo spazio aereo e il Pakistan non vuole i profughi. Quindi coordinare il ponte aereo è doppiamente complicato. Ma a Poggio non si dorme mai (il comando è operativo 7 giorni su 7, 24 ore al giorno, tutto l’anno) e l’operazione riesce.

Altro esempio. Più comune, ma non meno importante. Sopra le nostre teste, ogni giorno, volano centinaia di aerei civili. Capita che non tutto fili liscio. Che un comandante si dimentichi di comunicare la propria posizione, che la radio vada in avaria. O peggio. Dopo l’11 settembre non si sa mai. Ma anche per questo c’è il comandante Gabellini. Nel 2022 i velivoli dell’Aeronautica si sono alzati 25 volte (non da Poggio, perché non c’è una pista, ma è da lì che si prende la decisione, tramite diretto contatto con il Ministro della Difesa) per minacce sospette nel territorio nazionale e 49 per altrettanti allarmi fuori dai confini.

Capitolo Ucraina

Al momento, per quanto riguarda la guerra tra Ucraina e Russia, il compito del Coa è quello di monitorare il tutto. L’Italia non è parte attiva del conflitto, ma per Poggio Renatico è importante studiare la situazione, per capire come un potenziale avversario si comporta in battaglia. Si impara anche stando in sala operativa, si affina la preparazione. Ovviamente, per qualcosa che si spera non debba mai realmente servire.

Jfac, roba tecnologica

Lasciando stare l’acronimo, tutto inglese, in questa porzione del comando si gestiscono le crisi nazionali e internazionali. A livello visivo, è una ex tensostruttura con oltre 500 postazioni computer (per un totale di 130 chilometri di cablaggi). Lì si pianifica, coordina e conduce ogni operazione di crisi. Ovviamente – e fortunatamente – in questo periodo dentro ci si tengono corsi di addestramento ed esercitazioni. Sempre per quel discorso che ci si augura non capiti mai nulla.

La sala operativa Cssa

Si scende nel bunker

Anche qui, altro acronimo: Nosoc. E’ una sorta di stanza dove si seguono le operazioni di ricerca e salvataggio. Anche qui tanti computer, con tutti i dati, persino sul meteo. Perché in cielo è qualcosa di estremamente importante. Fino ad arrivare al cuore della base, il gruppo radar. Un luogo talmente delicato da esser stato ricavato all’interno di un bunker, sottoterra. Per arrivare alla sala operativa, in cui i monitor disegnano le tracce degli aerei che prima si diceva ci passano ogni minuto sopra alla testa, serve passare per corridoi blindati, con ancora i segni degli impianti di decontaminazione costruiti durante la Guerra Fredda. Inquietante? Eh, insomma.

Finalmente lo spazio

E quindi uscimmo a riveder le stelle. L’ultima tappa del tour è il Cssa (centro spaziale, per dirla facile). Qui si va oltre il cielo e si guarda lo spazio. Che sembra vuoto, ma non lo è. E’ pieno di oggetti, di satelliti, di detriti. E anche di minacce. E’ un luogo estremamente congestionato (e lo sarà sempre di più), che serve controllare quotidianamente. E poi si studia il sole, perché anche lui potrebbe giocare brutti scherzi ai satelliti. E infine si studiano le traiettorie di rientro delle stesse navicelle.

Qualche numero, per far capire di cosa si sta parlando. Solitamente funziona così: un satellite parte, sta in orbita 10-15 anni, poi muore. E quando muore o lo si spedisce lontano (oltre i 37mila chilometri) o lo si fa avvicinare all’atmosfera, così si distrugge. Ma questo crea detriti. Attualmente, nell’area più vicina alla terra, ci sono 7.400 satelliti attivi altri 7.000 pezzi di mezzi simili (distrutti) che superano i 10 centimetri. I detriti di grandezza inferiore ai 10 centimetri sono invece, udite udite, circa 100 milioni.

Sfide future

Lo si diceva prima: ok il presente, ma l’importante è immaginare il futuro. Immaginare, ad esempio, una nuova Ucraina. Ma esistono anche altri studi. Al Coa si lavora sulle operazioni multidominio e sulla quinta generazione (gli F35 hanno una tecnologia tale). Come anche sulle sfide legali, sugli attacchi cyber, sulla guerra informatica e sulla questione gender. Gender in che senso, direte voi? Pensateci. Quando si è ospiti di una nazione terza, come ci si comporta se questa ha regole e costumi diversi dai nostri? Eh sì, bisogna studiare anche questo.

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