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L'intervista

Cannabis, l'ex consigliere Fiorentini: "Le alternative alle politiche di proibizionismo non sono più un'utopia"

L'autore del libro 'L'onda verde. La fine della guerra alla droga' spiega i cambiamenti del fenomeno

C'è un tema che se non è più profondamente divisivo come un tempo, tuttavia conserva al suo interno uno spazio ancora ristretto dove far coabitare concetti come libertà e responsabilità, consapevolezza e salute, giustizia sociale e sicurezza. Quello della regolamentazione delle droghe è un argomento indiscutibilmente delicato. Eppure, le ultime riforme delle politiche a livello internazionale che se ne sono occupate hanno contribuito ad allargare questo spazio e a provare a rendere meno spigolosa la coabitazione menzionata.

La libreria Libraccio, martedì alle 17.30, ospita la presentazione del libro di Leonardo Fiorentini 'L'onda verde. La fine della guerra alla droga'. Un testo dichiaratamente antiproibizionista intorno al quale l'autore dialogherà, fra gli altri, con il docente di criminologia Federico Varese. E con l'autore (ed ex consigliere dei Verdi) Leonardo Fiorentini (nella foto sotto, durante la consegna delle firme del referendum sulla cannabis legale in Cassazione), webmaster, politico, direttore del sito web di Fuoriluogo, abbiamo dialogato nel corso di un'intervista.

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Quanto lavoro di ricerca c'è dietro la pubblicazione di questo libro?
"C'è tanto lavoro, ma non solo da parte mia. Per fortuna, esiste da molti anni un movimento che con contributi politici e anche scientifici riflette sugli effetti nefasti delle politiche proibizionistiche sulle droghe. E prova a spiegare che le alternative possibili non sono un'utopia. Per quello che mi riguarda, ho lavorato quasi un anno al libro, ma mi occupo del tema da circa un quarto di secolo". 

Questa pubblicazione è legata anche a un podcast realizzato con la giornalista Stefania Andreotti, in collaborazione con il Collettivo Cumbre. A cosa si deve la scelta di arricchire il libro, dandogli in un certo senso due voci?
"Al fatto che mentre lo scrivevo, avvertivo l'esigenza di mantenere la situazione aggiornata e di raccontare, per esempio, il cambio di approccio di alcuni degli Stati Uniti d'America, avvenuto successivamente alla pubblicazione. E poi, una seconda voce rappresenta un altro segno di apertura al dibattito. Credo che l'esperimento sia riuscito, grazie anche all'apporto dell'Associazione Luca Coscioni. Probabilmente ripartiremo con una nuova stagione a gennaio". 
 
Il titolo del volume è 'L'onda verde. La fine della guerra alla droga'. Perché il mutamento di prospettiva delle politiche sulla cannabis è considerata inarrestabile come un'onda?
"Perchè, soprattutto dopo il punto di svolta del referendum in California che ha legalizzato la cannabis, è emerso quanta ipocrisia ci sia dietro il proibizionismo. E che l'accettazione e la regolamentazione di questo fenomeno sia supportato da motivi politici, sociali ed economici. La cannabis è la sostanza illegale più consumata al mondo, e le ragioni di regolare questo mercato al meglio sono necessarie proprio perché mirano a ridurre il numero dei rischi di una situazione lasciata come è adesso".

Il lavoro è documentato da una serie di dati. Sono presenti anche statistiche sul rapporto fra Stati che hanno regolamentato l'uso della cannabis e un eventuale aumento correlato di incidenti stradali?
"All'interno del libro e del sito internet de 'L'onda verde' abbiamo inserito una sezione che prova a smontare alcuni luoghi comuni. Sul rapporto con gli incidenti stradali, c'è uno studio che riguarda gli Stati Uniti d'America che esclude un'influenza, oltre a un dato canadese interessante che testimonia come i comportamenti a rischio alla guida da parte dei consumatori siano diminuiti. Io rispetto profondamente le preoccupazioni delle associazioni dei familiari delle vittime della strada, ma non va dimenticato che le statistiche raccontano che la maggior parte degli incidenti stradali sono causati da persone sobrie".         

Nella ricostruzione storica del libro, il concetto di proibizionismo finisce per accomunare due elementi insolitamente vicini come cannabis e jazz. A cosa si deve questo rapporto?
"Il riferimento è agli anni Trenta del secolo scorso, e alla campagna contro la cannabis promossa da Harry Jacob Anslinger, funzionario statunitense del Bureau of prohibition. Una propaganda contro una sostanza importata dal Messico e diffusa nella comunità afroamericana, dove è nato anche il jazz, definito 'musica satanica'. Una narrazione funzionale a puntare il dito contro gli immigrati messicani che ruberebbero il lavoro ai cittadini del posto, e contro una sostanza che, se fumata da donne bianche, le porterebbe a cercare la compagnia dei musicisti afroamericani. C'è anche un'altra puntata del podcast dove trova posto la storia della cantante jazz e blues Billie Holiday, le discriminazioni razziali subite sulla sua pelle, la persecuzione da parte proprio di Anslinger che non le perdonò una canzone come 'Strange fruit', fino alla sua morte ammanettata a un letto d'ospedale in stato d'arresto perché tossicomane".  

Tre tappe storiche raccontate nel libro della fase intensa della guerra alla droga sono individuate nei decenni Settanta con la presidenza Nixon, Ottanta con la presidenza Reagan e Novanta con quella Clinton. Cosa succede negli anni Duemila?
"A livello federale la situazione non muta, ma in alcuni singoli Stati, poi arrivati numericamente a 21, le iniziative promosse segnano un cambio di passo. E' però nel 2013, restando nel continente americano con la legalizzazione della cannabis a uso medico e ludico in Uruguay, che avviene un radicale cambio di approccio a livello mondiale. Legalizzazione della cannabis che è avvenuta in Canada nel 2018 ".

Uno degli aspetti collaterali, ma non irrilevanti, dell'approccio più punitivo in Italia negli anni Novanta rappresenta, in un certo senso, l'inizio della fase del sovraffollamento nelle carceri, spesso con persone detenute con problemi di tossicodipendenze. Nel libro si fa cenno a questo tema?
"Appare incontrovertibile nei fatti che le politiche sulla droga costituiscano un volano alle politiche carcerarie. Il 35% dei detenuti in Italia è dentro per reati legati alla droga, a fronte di una media europea del 18% e di una media mondiale del 21%. Dopo la sentenza della Cedu che ha condannato lo Stato italiano per trattamenti inumani e degradanti in relazione al sofraffollamento nelle carceri, si è assistito ad alcune politiche di deflazione. Tuttavia, dal 2015 in poi, i dati dimostrano che è ricominciata una fase di repressione". 

Un altro tema legato al proibizionismo è il potere esercitato dalle narcomafie nei confronti dei soggetti più fragili, sfruttati come carne da macello dalla catena criminale che gestisce lo spaccio. In che misura una regolamentazione delle droghe potrebbe evitare queste forme di sfruttamento?
"Il paradosso delle politiche repressive è che finiscono per favorire i consorzi criminali internazionali, che mettono a rischio la tenuta stessa delle democrazie. Se si regolamenta il fenomeno, all'interno di un mercato sicuro e senza zone grigie, il vantaggio di sottrarre risorse alle organizzazione criminali sarà evidente".  

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