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L'intervista

Da Julia a Tex, Zaghi racconta i 'suoi' fumetti: "Tutto cominciò da un corso serale..."

Il ferrarese lavora anche a produzioni francesi: "E' una forma di comunicazione universale"

Ferrarese di nascita ma milanese d'adozione a partire dal 2002, Roberto Zaghi è un disegnatore italiano atipico in quanto la sua formazione giovanile è stata prettamente scientifica. Tuttavia, il sogno del fumetto non è mai stato accantonato, anzi, lo ha lanciato verso il successo sia con produzione italiane che francesi. Completamente autodidatta ma mai saturo di conoscenza nel campo dell'arte, Zaghi è ancora dell'idea romantica quanto realistica che il fumetto sia ancora una forma di comunicazione universale.

Quando ha capito che avrebbe voluto fare il disegnatore?
“Diciamo che sono autodidatta. Sia alle scuole superiori che all’università scelsi le materie scientifiche, rispettivamente elettronica e chimica. Già da bambino, in ogni caso, ero solito disegnare per lunghe ore i personaggi dei fumetti oppure dei cartoni animati giapponesi. La vera passione per il disegno è scoppiata però dopo i vent’anni. Mi capitarono tra le mani alcuni dei fumetti di quegli anni, Dylan Dog in particolare, e mi venne una gran voglia di leggerli e mettermi in gioco. Poi c’è da dire che devo molto a Ferrara per quanto riguarda l’inizio della mia carriera. All’epoca c’era un corso serale organizzato dal circolo Arci che si svolgeva nelle aule del Dosso Dossi, e tra gli insegnanti c’erano Germano Bonazzi e Nicola Mari. Io mi iscrissi a questo corso e imparai davvero molto. Poi chiaramente ci aggiunsi anche tanta passione e divenne un vero e proprio lavoro nel giro di breve tempo”.

Tex (Sbe)

Quali sono stati i suoi maestri?
“Per l’inizio della mia carriera, che ormai va avanti da trent’anni, direi proprio Germano Bonazzi e Nicola Mari. Poi, successivamente, collaborai anche con Giancarlo Berardi, uno sceneggiatore genovese noto per aver disegnato Ken Parker, un personaggio western molto importante per il mondo del fumetto italiano. Non solo, Berardi ideò anche Julia, un fumetto del 2009 per cui disegnai vari numeri. Lo vorrei citare tra i miei maestri perché, anche se all’epoca sapevo già disegnare, mi fece fare quel salto di qualità in più. Come maestro, anche di vita, citerei anche mio zio Don Franco Patruno, direttore di Casa Cini fino al 2007, che mi fece conoscere importanti fumettisti che era solito invitare a Ferrara in occasione di alcune mostre”.

A quali fumetti sta lavorando attualmente?
“Ultimamente sto lavorando a una storia di Tex che dovrebbe uscire prossimamente. E poi c’è anche un libro francese che è la continuazione di una serie, 'Tramp', a cui sto lavorando da ormai tre anni. Si tratta di una serie ambientata negli anni Cinquanta in un luogo marittimo: il protagonista è appunto un capitano di marina mercantile. Devo dire che è una serie che in Francia sta avendo già un buon successo”.

Collabora anche con una produzione francese quindi?
“Certamente. L’editore di 'Tramp', ad esempio, si chiama Dargaud e lavoro per loro. Io collaboro con la Francia da ormai una quindicina di anni in modo parallelo rispetto al mercato italiano”.

Julia (Sbe)

Quali sono le principali differenze, per il fumetto, tra il mercato francese e quello italiano?
“Diciamo che sono due mercati abbastanza diversi. In Italia il punto di riferimento per il fumetto popolare è da sempre l’edicola, come nel caso della Bonelli per cui lavoro. Questo significa pubblicazioni mensili e serie fumettistiche di rilevanza, come Tex ad esempio.  Ma si sta aprendo sempre di più anche il versante delle librerie, sia specializzate che generaliste. In Francia, invece, i fumetti vengono venduti tradizionalmente soprattutto nelle librerie, in particolare in quelle specializzate, molto diffuse sul territorio".

C’è un’illustrazione di cui va particolarmente fiero?
“Generalmente si tende a non guardarsi troppo indietro nel settore, o almeno questo vale per me. Però devo dire che sono abbastanza orgoglioso dell’ultima copertina che ho realizzato per il mio ultimo libro francese, ovvero 'Attraction'. Si tratta di un libro di fantascienza uscito l’ottobre scorso. A febbraio, poi, dovrebbe uscire anche l’edizione americana dal titolo 'Star Crossed'”.

Le Vent Des Libertaires (Thirault Zaghi Les Humanoïdes Associés)

Tiene anche delle lezioni sulla sua arte?
“Sì, ho avuto qualche piccola esperienza. A Ferrara, ad esempio, assieme ad altri sono stato insegnante nell’ambito di un workshop tenutosi nelle aule dell’istituto Dosso Dossi. Ho avuto anche qualche esperienza di insegnamento online, ma davvero sporadica. In realtà sento quasi sempre di doverle prendere io delle lezioni, ad esempio per l’acquerello. Posso dire che non sono molto votato all’insegnamento, seppure mi dicano che potrei farlo per temperamento”.

Quindi vorrebbe spaziare un po’ nell’ambito della tecnica del disegno?
“Non avendo avuto una formazione accademica quando ero giovane, in qualche modo, sto cercando di recuperare un po’ adesso in età adulta. Le lacune .talvolta ci sono, anche se la tecnica che ho aquisito è sufficiente e questo mi viene riconosciuto. Ad esempio sento che sarebbe bello spaziare di più dal punto di vista del colore in senso tradizionale, non solo digitale. Infatti, su quest’ultimo punto sto facendo un po’ marcia indietro, ho disegnato per vari anni su tavoletta digitale ma ora sto ritornando in via stabile alla classico inchiostro su carta.

Tramp (Kraehn Zaghi Dargaud)

Oltre al fumetto, ci sono altri campi in cui vorrebbe spaziare con le sue illustrazioni?
“In passato ho fatto anche delle illustrazioni pubblicitarie e devo dire che mi è piaciuta molto come esperienza. Si trattava di una pubblicità riguardante macchinette per le bevande calde. Però io amo troppo il fumetto e non credo di avere una grande predisposizione per altro. Ad ogni modo, se non dovessi fare più fumetti mi piacerebbe essere un artista che fa dei pezzi unici, quindi fare il pittore in senso stretto. Tutto dipende anche da una conoscenza ben approfondita, un po’ la possiedo però non ci sono mai limiti in questo senso”.

In generale, quale valore darebbe al linguaggio del fumetto?
“Io credo che sia innanzitutto un mezzo di comunicazione estremamente diretto. Solitamente chi svolge il lavoro è sempre un’équipe di tre o quattro persone. Questo permette di essere agili e portare a termine delle opere che, se fossero un film, richiederebbero budget davvero molto alti e tempi estremamente lunghi per essere portate a termine. E poi, non da meno, il fumetto è anche il punto di incontro tra la letteratura scritta e l’arte visuale pura, quella che i vecchi maestri chiamavano 'letteratura disegnata' insomma, ed è quindi una forma d’arte universale che può essere duratura e, si spera, immortale”.

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