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Domenica, 14 Aprile 2024
L'intervista

'Fortuna granda', i registi: "Una storia iper locale di una realtà particolare, che però parla a ognuno di noi"

Alberto Gottardo e Francesca Sironi raccontano i due anni e mezzo di produzione del film sui giovani pescatori di vongole

C'è una piccola perla rara e preziosa nel cinema italiano di questo periodo, che ricorda i primi lavori dei fratelli Dardenne. E' 'Fortuna granda', il film che racconta la realtà di Goro seguendo le vite di Alessandro, Gioele, Matteo e Samuel, quattro ragazzi di sedici anni che pescano in barca da quando ne hanno cinque e che frequentano un istituto professionale - il Cfp Cesta -  aperto per combattere la dispersione scolastica. 

Una produzione indipendente, sostenuta dai fondi di Emilia Romagna Film Commission, durata più di due anni e con la scuola come lente scelta dai registi Alberto Gottardo e Francesca Sironi per filtrare il racconto. Una storia che, come hanno sostenuto loro stessi durante le presentazioni che hanno accompagnato le proiezioni a Comacchio e a Ferrara, "sembra una storia iper locale, di una comunità così particolare, e per certi versi lo è. Però poi i temi che affiorano riguardano tutti noi".

Come diceva il grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, "non si può scrivere di qualcuno senza averne condiviso almeno un po’ la vita": è quello che hanno fatto Gottardo e Sironi ed è anche quello che emerge in maniera intensa dall'intervista che ci hanno concesso.

'Fortuna granda'

Foto dal documentario 'Fortuna granda'

Partiamo dalla fine e da queste settimane. Come sono andate le presentazioni a Comacchio e a Ferrara? Che riscontri avete avuto dopo le proiezioni? Cosa vi portate a casa da queste serate?

"Le due presentazioni sono state ovviamente diverse, ma hanno avuto degli elementi in comune dai quali potremmo partire. Sono forse anche gli aspetti, come si dice adesso, più divisivi e riguardano la ricezione del film da parte di insegnanti e da chi ha un'esperienza personale o professionale rispetto ai temi dell'educazione e della scuola. 'Fortuna granda' infatti è un film che va a toccar delle corde che li riguardano per quello che vivono quotidianamente: la difficoltà nell’insegnamento da una parte, ma anche le sfide che devono affrontare per coinvolgere gli studenti. 

Le differenze invece fra la presentazione a Comacchio e quella a Ferrara sono legate alle specificità del territorio. Quando entriamo in città si tende a giudicare molto il film e i protagonisti con uno sguardo urbano, quasi distorcendo la visione delle potenzialità espressive a cui ognuno può ambire a prescindere dal posto in cui è nato. Quando siamo in provincia, invece, il legame con mondi così isolati e il riconoscersi nelle dinamiche di paese sono vissute come un valore e con vicinanza. Comacchio poi è stata la data più vicina ai luoghi dove abbiamo girato e quindi c'era un pubblico che, al tempo stesso, era pubblico e protagonista del film. Quella sera un’intera comunità ha capito cosa abbiamo fatto in due anni di riprese".

Fortuna Granda segue le vite di alcuni giovani di Goro e racconta di quella comunità. Uno degli aspetti che colpisce più chi guarda è proprio l’approccio non giudicante. Quello che fate fare allo spettatore è trasportarlo in quella realtà, un viaggio che stimoli e interessi. Poi tocca a ciascuno farsi le domande e cercare risposte. Come siete arrivati a questo approccio?

"Quello che facciamo da sempre, anche con altre produzioni, è provare a raccontare una storia. E se decidiamo di raccontare una storia è perché pensiamo che sia importante farlo. In questo caso abbiamo pensato che fosse importante parlare di quei ragazzi, che poi è un parlare anche di noi rispetto a un contesto come quello.

All'inizio, pure noi siamo partiti con alcune idee o con delle domande che possono avvicinarsi a un'idea stereotipata di chi conosce quei luoghi solo da lontano senza esserci mai stato. Come facciamo sempre avevamo studiato tanto, approfondito le questioni sociali, ambientali, quelle legate ai cambiamenti climatici nel Delta e all'impatto delle attività dell’uomo. Fino ai dati statistici: da una parte l'altissimo tasso di abbandono scolastico, dall'altro la piena occupazione.

Poi però entrando a Goro abbiamo capito che ci dovevamo spogliare di tutte queste conoscenze, abbandonarle, almeno in quel momento. Perché quello che proviamo a fare è appunto raccontare semplicemente la storia delle persone, in questo caso di quattro ragazzi, l'anno vissuto a scuola, i momenti insieme, le passioni, i pensieri, le prospettive future. Ed è da questo raccontare senza giudizio che affiorano poi le domande in chi guarda".

Secondo voi quanto della geografia dei luoghi entra nella vita e nella testa delle persone e dei ragazzi in particolare. Luoghi così estremi, ritenuti marginali, ai confini fra terra ed acqua entrano nella pelle e nelle vite? 

"Anche se adesso viviamo a Milano, entrambe arriviamo dalla provincia e sappiamo bene che un certo tipo di isolamento ti influenza. Ti chiede di usare la bicicletta, l'ape Cross, ti spinge a frequentare per lunghi periodi della tua formazione le stesse dieci-quindici persone. Nascere e crescere in luoghi poco collegati alle grandi città, sentimentalmente e visivamente ti fa provare delle emozioni e guardare delle cose uniche, ma allo stesso tempo ripetitive. Sta poi nel percorso di ognuno capire se si avverte il bisogno di partire o se invece si vuole restare.

E' evidente che la forza che ti spinge ad andare più in là del tuo orizzonte non è mai facile da trovare  e ancor più se vivi in un territorio, come quello di Goro, dove il lavoro c'è e porta anche molti soldi: puoi essere portato ad avere meno interesse a spostarti, e a vedere altro. Qui sta il valore di quella scuola così strana e dalla didattica così spiazzante per alcuni, ma che dà modo ai ragazzi di confrontarsi con emozioni, relazioni e stimoli, al di fuori della propria comunità.

Dall'altro lato, è anche vero però che Gioele, uno dei protagonisti, non avrebbe mai potuto dire 'La luna fa scalo con il sole', se non fosse cresciuto con tutto quel cielo attorno che uno di città non ha mai visto. Non avrebbe nemmeno potuto immaginare una frase così, se non l'avesse vissuta".

Un momento che riempie gli occhi di chi guarda è quello rappresentato dalle scene della raccolta delle vongole con le persone nell’acqua fino al collo. Acqua che appare come un elemento vivo, lo spettatore si sente quasi immerso o sulle barche con i pescatori. Come le avete girate?

"Per realizzare quelle scene siamo tornati un sacco di volte a fare riprese, per due aspetti. Il primo è che la cosa bella di questi posti unici, ma anche ripetitivi, è che cambiano sempre. Andavamo nello stesso luogo, allo stesso orario, a filmare la stessa cosa e le condizioni non erano mai esattamente le stesse. 

L’altro aspetto è che sono immagini non semplici da realizzare, ed essendo 'Fortuna granda' un film indipendente, realizzato con poco, non potevamo certo sostenere il costo di una barca della produzione. Per questo, ogni volta cercavamo un passaggio diverso per stare in mezzo alla scena.  Nel momento in cui le luci del porto si spengono, i pescatori possono uscire e arrivano nei campi: noi eravamo con loro, ogni volta su una barca diversa, quasi come fare l'autostop.

Ma il segreto di quel livello di resa estetica è stato anche e soprattutto poter contare su Marco Davolio, un fotografo con cui condividiamo non solo produzioni, ma anche una approccio comune al cinema. Per quelle riprese, nello specifico, e per molte altre scene di paesaggio, Marco era lì insieme a noi, e questo ha fatto la differenza".

Come dobbiamo chiamare 'Fortuna granda', è un documentario? E' un docufilm? Un film? 

"Fortuna Granda è un film, il genere è documentario. Lo sottolineiamo perché in questo momento con il termine documentario si pensa subito a un format definito, legato spesso alle piattaforme streaming. Una modalità di racconto in cui ci sono interviste, sottopancia, didascalie e materiali d'archivio.

'Fortuna Granda' invece è appunto un film, realizzato con riprese documentarie che racconta una storia senza commento o fiction. Non c'è stato niente di messo in scena, nessuna direzione. C'era una prima scrittura (con cui il film ha vinto il Premio Solinas 2020, ndr) basata su un preliminare sopralluogo sui luoghi. Successivamente alle riprese ovviamente c'è stata la scrittura di montaggio.

Si arriva a fare questo solo con il tempo, da qui i due anni e mezzo di produzione, ma soprattutto con la fiducia, il legame e il rispetto che si crea con le persone, le storie e le realtà che si vogliono raccontare. Sia a Goro con i ragazzi, sia all'interno della scuola di Cesta abbiamo iniziato le riprese solo quando abbiamo sentito che c'era la disponibilità per un accesso totale basato su un rapporto di fiducia reciproco. Ad Alessandro, Gioele, Matteo e Samuel dobbiamo tutto per Fortuna Granda, così come a Giovanni Lolli, preside di Cesta. Come abbiamo detto dopo la proiezione al Cinema Santo Spirito, i primi a cui abbiamo fatto vedere il film, ancor prima delle anteprime o delle proiezioni, sono stati i protagonisti e proprio nel garage in cui sono girate molte scene.

Tornando invece al montaggio, una persona che è stata fondamentale è Emiliano Battista, un professionista di primo livello che lavora a Londra da tanti anni. Con il dialogo che riusciamo ad avere con lui sentiamo che possiamo portare i film in territori che all'inizio non immaginiamo".

L'ultima domanda è d'obbligo sulla colonna sonora di Iosonouncane che ha ricevuto molti apprezzamenti. Come nasce? E' venuto con voi durante alcune riprese? Gli avete fatto vedere dei pezzi di girato?

"Bella domanda. Iosonouncane è una artista che conosciamo, con cui collaboriamo e con il quale c'è una stima reciproca. Come con Marco Davolio, qualcosa che va oltre la mera collaborazione, ma diventa condivisione. Conosceva la storia prima di tutti, condividevamo con lui il girato man mano che andavamo a Goro, riflettevamo insieme sul registro che la colonna sonora avrebbe potuto tenere e in quali momenti si sarebbe dovuta collocare, sia sul piano narrativo che su quello emotivo.

In pratica, ha vissuto anche lui due anni e mezzo di produzione del film, aveva una traccia, una sua improvvisazione che usavamo come guida sui primi premontati, e che poi ha trovata una sua strada all'interno della versione definitiva. Come con il girato, anche con le musiche, abbiamo provato a percorrere alcune strade che poi non abbiamo ritenuto necessarie.

E' stato uno scambio continuo che è diventato più stringente nella fase di montaggio: man mano che le sequenze trovavano la propria posizione anche la musica prendeva le sue misure. E molto spesso le sue intuizioni sul mood emotivo di alcune scene sono state anche per noi una lezione da imparare.

I ragazzi ovviamente come colonna sonora avrebbero voluto la trap. Hanno capito, ma ci hanno detto che siamo dei tristoni".

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