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L'intervista

Dai disegni dell'asilo ai fumetti in edicola, Elisabetta Barletta: "Vi racconto il mio Zagor"

Le ultime tavole della disegnatrice sono appena state pubblicate: "Futuro? Un lavoro internazionale"

Da anni lavora nel mondo della fumettistica, il linguaggio della sua vita. Ha realizzato diverse storie di personaggi famosi come Zagor e presto si cimenterà anche in collaborazione internazionali. Si tratta di Elisabetta Barletta, nata ad Amendolara, in provincia di Cosenza, ma ferrarese di adozione, che proprio in questi giorni ha pubblicato una nuova storia per Zagor+.

Ha disegnato una storia per Zagor+, cosa può raccontarci di questo suo ultimo lavoro?
“In realtà ho già fatto un paio di storie brevi per Zagor. L’ultima è uscita negli in settimana, anche se ci stavo lavorando già da qualche anno. Certamente non è stato semplice approcciarsi a personaggi storici del fumetto come Zagor e Tex: c’è stato bisogno di uno studio approfondito del personaggio. Zagor, infatti, ha una fisicità molto particolare, è longilineo e, al contempo, muscoloso. In più rispetto ad altri non utilizza armi ma tende a saltare sugli alberi, un po’ come Tarzan, avvalendosi della sua storica scure sempre con addosso dei pantaloni attillati molto caratteristici. Perciò è stato abbastanza difficile disegnarlo anche se, attraverso l’esercizio e la pratica, tutto è andato bene”. 

In che momento della vita ha pensato di diventare disegnatrice?
“Disegno da sempre, almeno da quando ne ho memoria, quindi dall’asilo. In ogni caso, almeno i primi tempi, disegnavo sempre per me stessa. Poi, in adolescenza, non avendo frequentato istituti d’arte bensì un liceo scientifico ho fatto fatica a dare l’impulso giusto alla mia passione. Tuttavia, proprio a partire dagli ultimi anni di scuola, ho sentito la necessità di cimentarmi in qualcosa che fosse legato veramente al disegno e all’arte: al tempo scoprii dell’esistenza di una scuola di fumetto a Roma, così andai e da lì mi si aprirono diverse porte”.

Una tavola di Zagor

Quale valore darebbe al linguaggio del disegno?
“È un qualcosa che ti permette di raccontare le storie in maniera del tutto personale, soprattutto sulla base della tua sensibilità. Questa è un aspetto bello perché ogni sceneggiatura può essere presentata in modo diverso da ciascun disegnatore. È un lavoro davvero unico insomma”.

Quali sono stati i suoi principali modelli di riferimento?
“Ogni disegnatore ha i suoi amori artistici, non dico ogni mese ma quasi. Ci sono periodi o momenti in cui si scopre un autore e si vuole sapere tutto di lui. Tuttavia, se proprio devo nominarne uno, direi Alberto Breccia. Poi ci sono anche alcuni autori francesi che hanno uno stile molto diverso dal mio, molto più grafici e dotati di una sintesi del segno singolare e diversa dalla mia che, tuttavia, mi piacciono molto e mi ispirano”.

Giallo

Nel momento in cui le viene assegnato un lavoro, quali sono le fasi che scandiscono la sua realizzazione?
“In genere si parte con la lettura completa della sceneggiatura, seguita dallo studio dei personaggi principali. Poi, si cercano dei riferimenti per le ambientazioni: se il fumetto è ambientato negli anni Settanta allora si va alla scoperta di elementi da cui prendere spunto, ad esempio qualche film di quegli anni. Bisogna stare molto attenti ai dettagli quando si cerca di contestualizzarli in un fumetto: gli abiti, le automobili, i palazzi, le strade, le armi, gli strumenti musicali, tutto insomma. Alla fase di ricerca e studio segue la preparazione delle tavole, delle bozze, e da lì nasce tutto”.

Quali sono i lavori fumettistici di cui va più fiera?
“C’è un personaggio a cui sono abbastanza affezionata, si tratta di John Doe; questo non solo perché è stato divertente lavorarci, ma anche perché ho avuto un buon riscontro in generale. Poi, un altro lavoro del cuore è stato disegnare per la serie Saguaro: quest’ultima tratta di nativi americani, un tema di cui sono molto appassionata. Tuttavia, come dicono molti disegnatori in questi casi, il miglior lavoro sarà sempre quello che verrà”.

Una tavola di  Nathan Never

In tre parole, come definirebbe il suo stile?
“Direi classico, stilizzato e grafico”.

Per il futuro c’è una tematica che vorrebbe affrontare attraverso il disegno?
“In realtà mi piacerebbe dar luce a una graphic novel personale che ho progettato qualche tempo fa. Poi, per quanto riguarda le tematiche, diciamo che tutte quante, se trattate nel modo giusto, vale la pena raccontarle. È sempre la modalità che fa la differenza: non ci sono storie brutte o belle, ma sempre storie che sono scritte bene oppure male dal punto di vista della sceneggiatura”.

A che cosa sta lavorando attualmente?
“Sto lavorando a una storia per il mercato franco-belga, quindi ho iniziato a collaborare anche a livello internazionale. Non posso ancora rivelare tutti i dettagli ma se tutto andrà bene verrà pubblicata il prossimo aprile”.

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